Kontrapunkte

Diese Kolumne steht für Interviews, zum Anhören von Meinungen und zum Vorschlagen von Debatten von musikalischen Themen zur Verfügung, d.h. zur Didaktik, zur sozialen Rolle der Lehrer*innen, zur Unterstützung der Provinz im Bereich der Musik, zur Volksmusik der Alpenraum, und zu anderen Themen von gemeinsamen Interesse.

Die Beitrage werden von Lehrer*innen der Musikschule veröffentlicht, aber auch die Schüler*innen der Musikschule sind eingeladen, ihre Schriften vorzuschlagen. Die Beiträge sollen Mauro Franceschi, dem Herausgeber der Kolumne, an die folgende Adresse geschickt werden: Mauro.Franceschi@provincia.bz.it.

Guglielmo Barblan (Siena 1908 - MIlano 1978): un critico per tutte le stagioni. Parte sesta.

La critica musicale durante il regime fascista e nell’immediato secondo dopoguerra sulle colonne dei quotidiani "La provincia di Bolzano" e "Alto Adige". Di Giuliano Tonini.

Palazzo del Turismo, poi Cinema Corso. 1942.
Palazzo del Turismo, poi Cinema Corso. 1942.

9. L’interpretazione

Quando si tratta di intervenire sugli aspetti interpretativi di un’esecuzione la prosa di Barblan tende al massimo l’arco scoccando frecce che centrano sempre il loro bersaglio critico:
Un pianista [Alessandro Tamburini], tanto per intenderci che neanche nei brani musicalmente più aridi e tecnicamente più industriosi, fa mai diventare il pianoforte una macchinetta da cucire.” (La Provincia di Bolzano, mercoledì 27 febbraio 1935)
“Impresa non facile quella dell’allestimento di certe opere verdiane, nelle quali, se vi si trovano incastonate delle gemme di acqua purissima, pure la inesorabile falce del tempo ha solcato alcune rughe non lievi. […] Qui il tanto decantato e blasfemato nostro “bel canto” vive in pieno, e cantanti che cantino occorre e direttore che doni a piene mani gli eterni e sublimi doni della nostra anima italiana. Un granello di polvere può qui offuscare la più limpida atmosfera, una nota fuori posto, un timbro stridente può rovinare tutto, come l’alito appanna la superficie di uno specchio.” (La Provincia di Bolzano, “Il vibrante successo di “Ballo in maschera”, mercoledì 16 ottobre 1935)
Questa superba gemma verdiana esige infatti una tale somma di doti di cuore, di esperienza, di personalità e di tecnica, che oggi sembrano avere abbandonato i nostri cantanti. Troppo naturale la mia meraviglia per aver avuto ieri sera la possibilità di ascoltare questo celebre spartito in una edizione alla quale Toti Dal Monte ha voluto legare ultimamente il proprio nome. Sulla interpretazione offertaci ieri sera dalla cara e indimenticabile Violetta, ci sarebbe molto da dire, forse troppo: e tutto non farebbe piacere alla insigne cantante, che da anni ha sposato il proprio nome a memorabili edizioni di “Lucia”, di “Barbiere” e di “Sonnambula”. Tentiamo di darne solo qualcosa e col miglior garbo.” (La Provincia di Bolzano, “Traviata” con Toti dal Monte al teatro Civico meranese”, venerdì 2 ottobre 1936)
Ci accade non di rado di assistere al detestabile spettacolo di cantanti di larga fama che, spinti dall'ambizione di alternare il teatro col concerto, si presentano portando nelle sale dei brani di opere teatrali, compiendo così non solo uno scempio estetico, eseguendo brani avulsi da un tutto organico, ma dando ampia ed eloquente prova di imperdonabile ignoranza, dimenticando, infatti, il dovizioso patrimonio di tutto il nostro '6 e ‘700 musicale che fu di insegnamento al mondo intero, e la non scarna collana di autori nostri contemporanei che tanto hanno fatto per la rinascita del gusto cameristico nel nostro Paese.” (La Provincia di Bolzano, Concerto Alba Anzellotti soprano, Giuliana Bressan arpa, martedì 12 maggio 1942)

10. L’esercizio della critica musicale negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale: riflessioni e ripensamenti ideologici

Recensendo la seconda edizione del volume “L’arte di dirigere l’orchestra” di Adriano Lualdi (1885-1971), esponente di spicco dell’establishment musicale del regime fascista, Barblan osserva: “Qualche lettore maligno nel prendere in esame questa seconda edizione della fortunata opera, sarà forse tentato di correre subito a controllare il comportamento dell'autore nei confronti della deferente dedica alla principessa di Piemonte che anni or sono apriva ampiamente la prima edizione del volume: e resterà male nel vedere quella calda prefazione integralmente riprodotta, anzi aggravata da una...conferma ideologicamente non equivoca. È questo un atteggiamento di onestà oggi non troppo frequente, e non solo fra gli scrittori, e del quale mi sembra doveroso rendere atto.” (Alto Adige, giovedì 21 aprile 1949)
Non ci risulta che Barblan abbia preso pubblicamente le distanze dalla sua aperta adesione al fascismo o che abbia rivisto criticamente certe posizioni o giudizi espressi negli anni precedenti il secondo conflitto mondiale.

Certamente deve aver provato un senso di disagio se nella copia del suo volume “Musiche e strumenti musicali dell’Africa orientale Italiana pubblicato” a Napoli nel 1941, donato post mortem dalla moglie Marcella Chesi assieme a tutta la sua biblioteca alla biblioteca civica “G. Tartarotti” di Rovereto, aveva provveduto a ‘oscurare’ il capoverso conclusivo della Premessa per il suo contenuto ‘fideistico’ nei confronti del regime: “Questo scritto vede la luce in un momento in cui, per l’alterna fortuna che regola ogni evento bellico, il secolare valore dei nostri legionari d’Africa è stato duramente provato dalla fortissima sproporzione numerica delle armi nemiche: noi lo presentiamo come atto di fede, fermamente convinti che sia prossimo l’apparire del fulgente raggio della vittoria, fissi alle parole con le quali il Duce assicurò il 10 giugno scorso la incrollabile speranza di tutti gli italiani: “noi torneremo in quelle terre bagnate dal nostro sangue”. g.b. Bolzano, settembre dell’Anno XIX”.


Il “travaglio bellico”, con i suoi corollari di milioni di morti e di immani distruzioni, produssero un ‘disincanto’ verso il regime che se non portarono ad un cambio di casacca politica, mutarono certamente in senso negativo il giudizio di Barblan nei confronti del regime fascista.

Rievocando gli anni della guerra Barblan ne parla come della “tragedia che l'umanità ha sofferto negli anni più recenti” (Alto Adige, “La mostra del pittore Gaslini”, 31.10.1946) durante i quali era sfollato “come tanti altri […] in uno di quegli isolatissimi angoli di mondo dove la guerra aveva sbalestrato gli uomini costretti a fuggire dai centri funestati dalla rabbia degli invasori.” (Alto Adige, “Zandonai [Riccardo] nella pace della sua terra”, sabato 7 giugno 1947)..

I suoi giudizi sul fascismo sono ‘filtrati’ attraverso quelli espressi dal giornalista, scrittore nonché editore Leo Longanesi nel suo diario “Parliamo dell’elefante” steso fra il 1938 e il 1946: “fino al 1943 il volume procede a sbalzi accomunando in brevi periodi epigrammatici gli argomenti più svariati e inattesi. Brevi descrizioni, postille, pettegolezzo su caporioni del fascismo, annotazioni estetiche rapide e nervose, ricordi, giudizi.” Barblan cita alcuni passi del diario in cui probabilmente si riconosce: “Gerarchi: la grande attività di chi non ha nulla di serio a cui pensare”; “La miseria italiana è la gran scusa che permette al governo di gettar via denari” (la frase si riferisce naturalmente al fascismo, però…)”. Interessanti anche le annotazioni relative al periodo post 1943: “Col settembre 1943, la materia si fa serrata e il tono del diario assume un aspetto più omogeneo e un ritmo narrativo. Sono le giornate del maggior dramma vissuto in Italia da secoli a questa parte; è il ricordo di un periodo della nostra vita nel quale molti e molti di noi, coinvolti in avventure impensate e inesorabili, si misero a scrivere un diario.

Ognuno, in quei momenti, si sentiva protagonista di un’epopea; ognuno (parlo beninteso di chi ha vissuto il travaglio della catastrofe con l’animo ulcerato da straziante annichilimento e in spasmodica ricerca di una speranza di vita per la patria), si addossava la responsabilità di una testimonianza drammatica.” […] Sulla “città plebea [Napoli] che si regge nel suo continuo moto” non grava soltanto la sorte di una immoralità che dilaga per la presenza di truppe di ogni colore a caccia di tutte le scostumatezze che la miseria favorisce; grava anche l’arrembaggio degli uomini politici, vecchi e nuovi, che sorgono sulle ultime macerie del fascismo.

È la incontenibile sagra dell’odio, del rancore, della vendetta; è il sopraggiungere affannato degli antifascisti, che “custodiscono i loro meschini sogni di vendetta con l’astio e il moralismo delle vecchie zitelle contro le giovani spose”. “Il fascismo, per costoro, è un nemico personale, non un avversario; un nemico da cui sono stati privati per venti anni di potere, di cariche, di privilegi, vent’anni che nessuno potrà ora restituire loro”. […] Il fascismo è colpevole di tutto; trent’anni fa, la miseria qui era colore locale, …oggi quella stessa disperata miseria è frutto del fascismo.” Né meno allegra è la situazione di Roma, dove Longanesi ritorna dopo la “Liberazione” e dove alla volgarità e disonestà dei gerarchi fascisti si è sostituito il moralismo dei vecchi professori assetati di vendetta perché perdettero gli anni più belli della loro giovinezza nell’attesa del crollo fascista.” (Alto Adige, “Longanesi e l’elefante”, sabato 8 novembre 1947)

Il bicentenario della nascita del compositore Domenico Cimarosa offrì lo spunto a Barblan per alcune considerazioni sui rapporti intercorsi fra i musicisti e il potere, segnatamente nel periodo nazista: “Gran mala sorte per i musicisti degni di tal nome occuparsi di politica: il loro carattere entusiasta, l'ingenuità credula dei loro animi facile e ghiotta preda dei giochi ambiziosi di abili politicanti, fa sì che imprudenti atti vengano amaramente scontati. […] Tutto l'inverso accade in questo nostro civilissimo secolo, nel quale abbiamo assistito o assistiamo, almeno per quello che riguarda alcuni paesi di vasta importanza musicale, al pericolo nel quale incorrono i musicisti cui non va di occuparsi di politica; o che almeno aspirerebbero a che la loro attività non fosse riguardata in funzione politica. Non voglio qui toccare la questione ancora aperta e quindi passibile di sorpresa, della triade Prokofiev -Schostakovic - Kachaturian su cui seguita ad oscillare la spada di Damocle di una pericolosissima accusa di «musicisti della borghesia», ma desidero soltanto ricordare un paio di episodi che richiamano alla mente la questione, da tempo ormai chiusa, della musica tedesca in periodo nazista.

Nel gennaio di quest'anno il pianista Walther Gieseking giungeva nel porto di New York scritturato per una serie di concerti, e con lui giungevano anche le salme di 500 soldati americani caduti in Europa. Cosa sia successo al momento dell'arrivo del celebre concertista accusato di aver servito il regime hitleriano, è stato narrato dalle cronache; fatto sta che dopo 28 ore il Gieseking lasciava «volontariamente» l'America e tornava a rifugiarsi nel suo ritiro di Saarbrücken. Qui non c'era stato di mezzo alcun inno; si trattava soltanto di un pianoforte, ma il pianoforte di Gieseking aveva risuonato troppo spesso in Germania al tempo delle persecuzioni degli ebrei; così che non è parso vero ai pianisti ebrei residenti in America, Horowitz e Rubinstein a capo, di rendere la pariglia al collega di pura razza ariana eliminando così dalla piazza anche un temibile e dunque fastidioso concorrente.”

Ma dei rapporti intercorsi fra i musicisti italiani e il regime fascista non fa alcun cenno e l’emblematico episodio occorso al maestro Arturo Toscanini il 14 maggio del 1931 quando fu schiaffeggiato da alcuni squadristi per essersi rifiutato di dirigere al Teatro Comunale di Bologna gli inni nazionali, è liquidato da Barblan come “gli insani schiaffi di Bologna.” (Alto Adige, “Tra diesis e bemolli - Musica e contabilità politica”, martedì 12 luglio 1949)