Kontrapunkte

Diese Kolumne steht für Interviews, zum Anhören von Meinungen und zum Vorschlagen von Debatten von musikalischen Themen zur Verfügung, d.h. zur Didaktik, zur sozialen Rolle der Lehrer*innen, zur Unterstützung der Provinz im Bereich der Musik, zur Volksmusik der Alpenraum, und zu anderen Themen von gemeinsamen Interesse.

Die Beitrage werden von Lehrer*innen der Musikschule veröffentlicht, aber auch die Schüler*innen der Musikschule sind eingeladen, ihre Schriften vorzuschlagen. Die Beiträge sollen Mauro Franceschi, dem Herausgeber der Kolumne, an die folgende Adresse geschickt werden: Mauro.Franceschi@provincia.bz.it.

Guglielmo Barblan (Siena 1908 - MIlano 1978): un critico per tutte le stagioni. Parte quinta.

La critica musicale durante il regime fascista e nell’immediato secondo dopoguerra sulle colonne dei quotidiani "La provincia di Bolzano" e "Alto Adige". Di Giuliano Tonini.

Trio di Bolzano - 1960
Trio di Bolzano - 1960

8. Giudizi critici

Negli articoli pubblicati sul quotidiano locale La Provincia di Bolzano Barblan non si limitò naturalmente ai soli aspetti cronachistici ma mise in gioco anche le sue vaste competenze storico-musicali, il suo acume analitico e la sua fine capacità di valutare gli aspetti interpretativi dell’esecuzione musicale.

Nella recensione del concerto sinfonico dell’orchestra dell’EIAR di Bolzano trasmesso martedì 9 gennaio 1934 dalla stazione di radio Bolzano, Barblan si sofferma su una composizione di Alfredo Casella in prima esecuzione, la Sinfonia per pianoforte, violoncello, clarinetto e tromba op. 53 del 1932 (esecutori R. Stowasser pianoforte, Attilio Scotese clarinetto, Poggi tromba e Enzo Vincenzi violoncello) di cui fornisce un’ampia scheda descrittiva concepita alla maniera di una ‘guida all’ascolto’: “Questo lavoro appartiene alla cosiddetta ultima maniera del compositore piemontese, e segue nell’idea costruttiva la chiarezza di linee contrappuntistiche di evidente sapore primitivo. Consta, quantunque, brevissimo, di due movimenti: un largo solenne iniziale e di un allegro molto vivace. Il primo movimento si apre con un ampio canto della tromba al quale rispondono, sostenuti da gravi accordi del pianoforte le lineari sonorità del violoncello e del clarinetto; questo primo episodio che iniziato in forte va a poco a poco diminuendo fino al pianissimo, è interrotto da una parentesi pianistica che accenna un dolce e tranquillo movimento quasi corale, per poi ritornare con il primitivo slancio. Un breve ed efficacie sviluppo, svolge i due elementi con sapienza di intreccio e buona ricerca di sonorità, finché la cadenza del clarinetto accelerando il movimento ci porta al secondo tempo della sinfonia. Uno squillo della tromba, sul cui pedale il violoncello prima ed il clarinetto definitivamente esporranno il nuovo tema, ci porta nel pieno di una atmosfera di simpatica gaiezza. Con vivacità di ritmo i quattro strumenti fanno ora a gara nell’incidere la tagliente impetuosità del disegno musicale dialogando con baldanza e allegrezza ed in una esplosione di fortissimo tromba e clarinetto accennano un secondo tema di sapore quasi patetico, ma subito interrotto da ritorno saltellante del primo tema. Ritornano i vivaci ritmi iniziali che animandosi sempre più, chiudono in brillante varietà la composizione. Notevole lavoro questo secondo tempo se non avesse un fratello maggiore e quasi siamese, almeno nella scelta dei temi, nella “Bourrèe” della “Sonata in do” per violoncello e piano dello stesso autore.” (La Provincia di Bolzano, mercoledì 10 gennaio 1934).

A contatto con i grandi capolavori del teatro musicale italiano dell’Ottocento le competenze storico-musicali e la capacità ermeneutica di Barblan trovano il terreno ideale su cui far fiorire una prosa giornalistica efficace che prelude a quella dei suoi saggi storico-musicali maggiori.
Bellini supera tutti nell’esame introspettivo della parola, nella ricerca coscienziosa di tutte le sue sfumature e inflessioni, nella traduzione in musica di ogni accento e di ogni tono; giacché egli sentiva profondamente la parola non come arido elemento lessicale, ma come poesia pura e cioè come canto implicito nel verso, come esponente d’un personaggio già elevato in un piano lirico. […] Il processo di semplificazione è dunque ricerca in Bellini, sforzo di raggiungere una espressione puramente melodica, che risolvesse nel suo afflato lirico ogni problema del dramma, che sublimasse con la voce del canto ogni tragico contrasto dell’azione. […] Nato dall’emozione della parola, il suo canto vive in una espansione lirica incontenibile, e va oltre, in una atmosfera ove non giunge peso di vita materiale, in un mondo nel quale noi, a cento anni di distanza, ci ritroviamo attoniti, e commossi in ammirativa contemplazione del candore col quale Vincenzo Bellini innalzava la sua voce fino alle stelle.” (La Provincia di Bolzano, Bellini nel passato e nel presente, martedì 7 maggio 1935)

“La trama [Sonnambula] è semplicissima, le persone di una condotta cristallina, la coloritura non richiede che poche tinte sentite ed appropriate. Caricare la dose sarebbe imprudenza fatale, ma indovinare le linee essenziali è cosa ardua. […] E le bellezze che lo spartito annovera con sorprendente larghezza, trovano la loro paradisiaca conclusione nell’aria “Ah, non credea mirarti”, miracolo estetico che non ha molti rivali. È un’addolorata, nostalgica lacrima: è un pianto rassegnato di chi ha perduto ingiustamente ogni speranza d’amore. Eppure questo pianto non ci tormenta né ci addolora: ma fa del bene e riempie il cuore di bontà e di felicità. È Amina che piange inginocchiata di fronte alla natura? O non è il nostro cuore che, toccato da sublimi bellezze, è rapito da colei che piange, in un regno dove tutto è sublimazione di affetti e affratellarsi d’anime?” (La Provincia di Bolzano, giovedì 9 maggio 1935).

“Abbiamo ascoltato ieri sera, ancora una volta, la verdiana «Traviata», ed ancora una volta ci siamo commossi, non diciamo fino alle lacrime, che simili confessioni non sono più di moda al giorno d'oggi ed ognuno cerca di celarle il più possibile, ma quasi. E la commozione nasceva non tanto per tutto quel complesso di nostalgie, di ricordi, di ambientazioni sentimentali che la vicenda del libretto suggerisce e che sono fatti d'uso corrente, ma per quella realtà umana che l'animo immenso di Giuseppe Verdi ha scolpito in questa partitura. […] Se dunque il travagliato romanziere ha vigorosamente plasmato il «vero» copiando, se pur così possiamo esprimerci, il proprio vissuto dolore, il nostro operista ha fatto ancora di più: ha creato il «vero», e la vibrante passione del dramma di Violetta Valery ha ispirato il miracolo. E fu creato quel melodramma che superò con un violento colpo d'ala ogni caducità di mestiere, per illuminarsi in quella fiamma di vita che è il sentimento umano nella sua più sincera espressione, e fu dato alito a quei personaggi che non nascevano dal dialogo schematico di un libretto, ma sembravano quasi rapiti all’etere e trasfusi in creature che parlavano il linguaggio di ogni epoca e di ogni popolo: come per una grazia che il cielo ci aveva fatta.” (La Provincia di Bolzano, venerdì 4 ottobre 1940)

Sull’unica composizione cameristica di G. Verdi, il Quartetto in mi minore, Barblan mantenne sempre delle riserve: “il Quartetto in min. di Verdi, che sebbene non costituisca un autentico capolavoro, fu reso con molta bravura e nobile spirito.” (La Provincia di Bolzano, “Il grande successo del Quartetto Poltronieri alla camerata del Littorio”, sabato 7 dicembre 1940)

“Questi portentosi tre atti di Donizetti toccano i cento e undici anni di età, e li sorseggiamo ancor oggi con la gustosa gioia e la fresca avidità delle creature musicali che, per il miracolo eterno dell'arte, non rasentano mai la senilità. Questa opera gentile e profumata, che nella sua fragrante semplicità offre uno degli affreschi più riusciti della pittura d'ambiente e della idealizzazione del personaggio, ripeteva a distanza di sedici anni la sorpresa del «Barbiere» pur senza in nulla attingere ai lombi rossiniani; che se volessimo rintracciare la diretta ascendenza del nostro capolavoro dovremmo risalire piuttosto alla settecentesca grazia della «Cecchina» picciniana.” (La Provincia di Bolzano, “L’Elisir d’Amore” al “Verdi”, domenica 16 maggio 1943)